Victoria, di Sebastian Schipper

VICTORIA.
One shot One reality

Il 23 marzo scorso è finalmente uscito in Italia Victoria di Sebastian Schipper. Un film del 2015 che ha trovato una distribuzione nel bel paese solamente quest’anno. Una sola inquadratura, una sola sequenza senza stacchi per 140 minuti. Il ritmo viene scandito dal montaggio interno, ovvero le azioni, nuclei narrativi che portano avanti la storia. Ed è un ritmo forsennato che procede in crescendo, culminando in un climax esplosivo di eventi e situazioni al limite. Perché Victoria è una ventenne spagnola che si è trasferita a Berlino, lavora come cameriera in un bar ed è in cerca di nuove esperienze e una notte, all’uscita di un locale, conosce un gruppo di ragazzi che la conquistano con la loro energia, uno in modo particolare.

Tutto procede tra la spensieratezza e l’emozione, se non fosse per un evento che si impone prepotentemente nella trama. Questi giovani berlinesi veri hanno un debito con qualcuno: devono compiere una rapina all’alba e hanno bisogno di una persona in più. Girato dalle 4 alle 6 del mattino, Victoria parte da una manciata di pagine di sceneggiatura per lasciare tutto il resto all’improvvisazione degli attori e alle acrobazie del direttore della fotografia Sturla Brandth Grǿvlen, che grazie a questo film si è aggiudicato l’Orso d’Argento.

La locandina recita: «One girl. One city. One night. One take». Sarebbe facile quindi citare Nodo alla Gola di Alfred Hitchcock o Arca Russa di Sokurov per introdurre il concetto di piano-sequenza. Il primo non fu realizzato senza stacchi, ma grazie a dei trucchi (i passaggi a nero) si ha l’impressione di un unicum narrativo. Il secondo, al contrario, è realmente una sola sequenza e fino a qualche anno fa rappresentava probabilmente l’unico esempio di film realizzato interamente con questa tecnica. Persino il più recente Birdman di Inarritu si affida agli effetti digitali, alle inquadrature fisse e agli sfondi neri per staccare tra una sequenza e l’altra. Ma cos’è il piano-sequenza? Un virtuosismo fine a se stesso? Oppure è una tendenza a voler raccontare le storie da un diverso punto di vista?

André Bazin coniò il termine nel 1950 studiando la regia di Orson Welles. Egli, sostanzialmente, in alcune sequenze dei suoi film più celebri si concentrava sulla composizione dell’inquadratura, sulla profondità di campo e sulle azioni svolte dagli attori per realizzare sequenze prive di tagli. Il cinema sembrava voler inseguire le sensazioni che solamente il teatro poteva dare: la simultaneità delle azioni sul palco. Secondo Pasolini invece, questa tecnica imponeva un punto di vista soggettivo, limitato, allo spettatore e teorizzava la “soggettiva libera indiretta”, una sorta di equivalente del monologo interiore letterario. Questo rapporto con la letteratura è confermato anche dalle affermazioni del celebre regista greco Theo Angelopoulos. Egli riteneva che l’origine del piano-sequenza fosse letterario: «Omero per descrivere le armi di Achille impiega ben 5 pagine del suo poema. Il Monologo di Molly alla fine dell’Ulisse di Joyce è privo di punteggiatura». E, in effetti, il piano-sequenza sembrerebbe più somigliare a quello stream of consciusness reso celebre da Joyce con il suo Ulisse. Le azioni degli attori sono i pensieri introspettivi e l’assenza di punteggiatura equivale all’assenza di montaggio.

Victoria, una scena

Oggi la tendenza ad utilizzare questa tecnica sta aumentando, basti pensare anche a serie tv come True Detective (quanto si è parlato di quella celebra quarta puntata?) o Daredevil. L’ipotesi che l’utilizzo di questa tecnica non sia solo un esercizio di stile, ma un voler mostrare eventi spettacolari nel modo in cui viviamo quotidianamente, si fa sempre più strada. Se per una volta dovessimo essere presenti in un luogo dove accade qualcosa di straordinario (come una rapina), se non fossimo costretti a vederlo grazie a dei video caricati sui social, lo vedremmo forse davanti a noi come se si svolgesse su di un palco teatrale? O saremmo in mezzo all’azione con la possibilità di scegliere cosa guardare?

Non c’è mai stato un film che eguagli Victoria in questo senso. Un film girato in un unico piano-sequenza non è più solo roba da intellettuali, anzi, in questo caso è un crossover tra videogames e trame da nouvelle vague francese.

Marco Casciani

Marco Casciani

Nato nel 1986 a Roma. Giornalista, copywriter. Ha ancora il complesso del Dams perciò non parla quasi mai di calcio e troppo spesso di cinema.
Ossessionato dal “rumore”, come quello dei Melt Banana e dei film di genere, o quello di Irvine Welsh e di Chuck Palahniuk, ha provato a farne un po’ anche lui scrivendo in giro per il web.
Frequenta spesso la sala prove e da grande vorrebbe fare lo sceneggiatore di film "belli belli in modo assurdo".
Marco Casciani

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