Parole al vento, rubrica di Enrico Settimi: debito.

PAROLE AL VENTO.
Debito

«Nicht schuldig!»: sembra ancora sentirla riecheggiare la risposta di Albert Speer nell’aula del processo di Norimberga.

E in effetti, tra gli uomini più vicini al tristo furiere austriaco, l’architetto della grandeur hitleriana, nonché ministro degli armamenti, responsabile di una macchina produttiva che faceva sistematicamente ricorso al lavoro di schiavi (l’eufemismo era gastarbeiter, lavoratori stranieri), fu quello che se la cavò meglio.

In questo caso la radice germanica dell’aggettivo schuldig, colpevole, venne in aiuto di Speer, burocratizzando – almeno in parte – le imputazioni a suo carico: Shuld significa debito, ma anche responsabile, incaricato e fa riferimento proprio alla parte di peso che grava su chi ha commesso atti che lo pongono nella necessità di far fronte, di portare un carico (radice che si riaffaccia anche nell’italiano incaricato). Come in inglese si dice di qualcuno che porta fisicamente qualcosa sulle spalle, «On his shoulders». Quindi Speer era colpevole, quindi semplicemente debitore. Il problema si riaffaccia per i popoli latini, quando nelle aule ovattate della banca europea, si ritrovano dalla parte sbagliata dell’ambiguità del termine: debitori, sì, quindi colpevoli.

Avrebbero dovuto pensarci («prima!», ci rimbrottano i tedeschi e i popoli nordici): d’altra parte anche nel «Padre Nostro» debitore coincide con peccatore, e ciò che potrebbe averli tratti in inganno è che nella dottrina cattolica i debiti vengono rimessi. Non così in quella protestante, in cui il debito stesso è una colpa, qualcosa che grava sulle spalle. E il pagamento a babbo morto non è contemplato a nord delle Alpi.

Credo che la riprovazione morale di chi contrae debiti sia ipocrita in ogni sistema capitalista, visto che è proprio grazie alla possibilità di fare debito che viene rimandata – in tempi ordinari – la possibilità del ciclo economico di assorbire la periodica crisi di sovrapproduzione. Certo poi quando qualcuno ferma il giro e come ad una mano di poker chiede di vedere le carte, il gioco si complica: è già successo, nel 2008, quando la speculazione sui Credit Default Swap portò alla luce semplicemente credito che i debitori non erano in grado di restituire, con gli effetti che conosciamo.

Chi porta la colpa del debito? Chi lo ha portato alla luce, chi non è in grado di restituirlo o chi lo ha costruito contando su uno strumento finanziario di copertura? Tutti colpevoli, nessun colpevole. È così che gli eventi dell’economia diventano frutto di leggi imperscrutabili, come quelle della fisica.

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Enrico Settimi

Enrico Settimi

45 anni, è nato ad Ancona e vive tra Roma e Torino, è sposato e ha due figli. È laureato in filosofia, anche se non ha ancora ben chiaro su cosa ha fatto la tesi. Sa scrivere e raccontare storie (in vari sensi) ed è grazie a queste qualità che si guadagna da vivere. Di mestiere fa il copywriter.
È coautore della sceneggiatura del film “Acqua di Marzo” di Ciro de Caro (è stato presentato con discutibile fortuna alla sagra del cinema di Roma). Ha collaborato come autore e regista al documentario “L’Italia dei Longobardi”, prodotto da Archeoframe, il laboratorio di comunicazione dei beni archeologici della IULM di Milano.
Ha scritto il testo per l’istallazione su Costantino in occasione dei 1700 anni dall’editto di Milano.
Tra i suoi documentari (per Fox, Istituto Luce, Rai, Mediaset), “La lambretta – ascesa e caduta di un miracolo italiano” “Seveso la tragedia del silenzio” prodotto da Wilder per Rai. È stato consulente Fox per la localizzazione in Italia di prodotti documentaristici americani presso History Channel.
Per Studio Universal ha ideato e realizzato numerosi prodotti televisivi, tra cui la produzione “Hollywood al D-Day” featuring “Il D-Day di John Ford”. In precedenza, tra le altre attività si è occupato delle ricerche per la realizzazione dell’archivio storico audiovisivo della sede RAI di Gerusalemme. E’ stato cronista per Radio Città Futura, Radio Popolare, autore di documentari storici radiofonici (“Cile 1998, l’oblio della democrazia”).
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