Matteo Bussola, disegnatore per Bonelli e scrittore per Einaudi.

MATTEO BUSSOLA.
Insegui la verità e utilizza l’errore

È da giorni che sono chiuso in studio a scrivere una cosa, ci sono su da più di una settimana. È più di una settimana che limo, cesello, inserisco, raccordo. L’ho scritta prima lunga, poi breve, poi media, sono partito dalla fine e ho concluso con l’inizio. A un certo punto: ecco. D’un tratto funzionava tutto, ma funzionava troppo, come se la compiutezza dell’ingranaggio non lasciasse alcuna apertura in cui un lettore avrebbe potuto infilarsi, nessun sentiero da percorrere, solo guardare e basta, come ammirare uno spettacolo pensato per stupire ma non per dialogare.

Ci ho pensato su per tutta la mattina, poi ho deciso che non voglio praticare una scrittura che esclude, che non m’interessano le belle cravatte, perché ciò che rende vivo un testo, un’opera, un disegno, è proprio l’imperfezione, l’incompiutezza, il granello di sporcizia che fa cigolare la rotellina dell’ingranaggio. Ciò che lo rende, in definitiva, autentico, il tuo punto di vista sul mondo, dunque forse utile anche per gli altri.
Ho buttato tutto, ho avuto una mezza crisi.

Ho pensato: e adesso? E’ stata la prima volta in cinque anni che mi è tornata la voglia di accendermi una sigaretta giù in studio. Ho cercato un rimasuglio di pacchetto, ho ritrovato invece una vecchia Moleskine dei tempi dell’università. L’ho aperta più o meno a metà, sono finito su una pagina in cui avevo disegnato un’architettura sospesa nel cielo. Subito sotto avevo scritto una nota, è dell’ottobre del 1997. In un corsivo obliquo sta scritto: «Insegui la verità e perdona l’errore», dove poi perdona è cancellato da una riga a penna e sopra al suo posto ci avevo scritto utilizza.
«Insegui la verità e utilizza l’errore».
L’avevo già capito allora, il me stesso di vent’anni fa me lo ha ricordato.
Ragazza che lancia foglie autunnali

Ho chiuso il taccuino, ho tirato un respiro di sollievo, ho spento la radio, sono stato seduto davanti al monitor per mezz’ora buona, in silenzio, senza che succedesse niente, fuori in giardino il vento faceva volare le foglie. Poi è venuta giù tutta insieme, tutta attaccata, quasi fossi sotto dettatura. È bella e imperfetta, come un’immaginaria architettura volante con una piccola porta socchiusa sul davanti, che magari non servirà a niente. Magari sì.
Il nome sul campanello non c’è, chi leggerà potrà metterci il suo, così quella porta non sarà più solo la mia.
Potrà diventare la nostra.

Matteo Bussola

Matteo Bussola

Il 2016, per me, è stato l’anno che ha cambiato tutto.
Mi ha visto debuttare in Bonelli come disegnatore completo e in Einaudi come scrittore non ancora compiuto ("Notti in bianco, baci a colazione"). Su La Repubblica come articolista ("Storie alla finestra", rubrica settimanale).
A quarantaquattro anni, mi ha trasformato piano piano da disegnatore in uno che racconta storie. Non è vero, le storie le raccontavo pure prima, ma lo facevo soprattutto coi disegni. In quest’anno, invece, ho avuto conferma che è possibile disegnare anche con le parole, che se gli occhi sono buoni l’attitudine resta la stessa.
Per il resto, di poche cose sono sicuro: che vorrei avere sempre gli occhi aperti, soprattutto quando sono chiusi, riuscire a leggere poco ma bene, giocare piano, amare forte, ascoltare meglio.
Continuare a raccontare storie, con le immagini o con le parole non farà differenza, e magari un giorno, chissà, forse riuscire addirittura a mettere le due cose insieme.
Matteo Bussola

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