Ahmad Aeham, Mirroring Face © Nassauischer Kunstverein Wiesbaden

AEHAM AHMAD.
Il pianoforte
della speranza

Yarmouk (campo profughi palestinese a sud di Damasco) è un luogo infernale in cui regnano guerra, morte e distruzione. Assediato fin dall’inizio del conflitto siriano, isolato, affamato e poi attaccato anche dalle milizie del Daesh. Nell’aprile del 2015 l’ISIS arriva a Yarmouk, portandosi dietro la scia di sangue delle decapitazioni che sono divenute famose come il suo marchio di fabbrica.
Ma a Yarmouk c’è anche chi non si arrende e non smette di coltivare la speranza: Aeham Ahmad, profugo palestinese. Classe 1988, pianista. Prima dell’orrore, lavorava nel negozio di strumenti musicali del padre, violinista non vedente. Un giorno infernale come un altro, Aeham decide di portare il suo vecchio pianoforte per strada e di cantare (e far cantare gli altri) contro la paura, contro la distruzione e la violenza, per la vita e la speranza.
«C’era solo desolazione. Tutte le persone care che riempivano le vie con il loro gioioso frastuono se n’erano andate. In qualche modo dovevo nutrire il mio spirito e quello di tutti gli altri… Perciò, nonostante la fame e l’assedio, ho continuato a suonare il mio pianoforte. Prima solo musica classica poi ho composto pezzi che parlavano della crisi».

Aeham Ahmad a Yarmouk con il suo pianoforte della speranza.

Aeham Ahmad a Yarmouk con il suo pianoforte della speranza.
Così, ricorda, ogni volta che il cielo era bello, nelle pause della pioggia battente che scaricava su Yarmouk missili, bombe e proiettili, lui esce di casa (o quel che ne resta), tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, ci carica su il pianoforte e va a suonare per le vie, sulle rovine di quell’incantevole borgo un tempo affollato da mercanti, notabili borghesi e bambini felici.

La musica, Aeham, l’ha nel cuore da sempre. «Mi sono seduto al piano, per la prima volta, a cinque anni e, da quel pomeriggio, non ho più smesso di suonare. A 23 anni mi sono diplomato al Conservatorio arabo di Damasco, dopo un corso decennale di musica classica. Insegnavo anche ai piccoli del campo finché la guerra, per un po’, mi ha azzittito. All’inizio dell’assedio volevo rinunciare alla musica, restare neutrale nel conflitto siriano. Vendevo falafel e tenevo le note chiuse nel cuore. Ma, dopo sei mesi, non riuscivo più a contenerle: erano più forti di me. Perciò ho ripreso il mio pianoforte, l’ho fissato sul carretto di mio zio ortolano e ho cominciato a trasportarlo, suonando ininterrottamente, fra i quartieri più devastati e angosciati per ridare speranza alle persone e a me stesso».
Una forma di resistenza alla guerra, la sua: il sollievo della musica per l’anima avvelenata dal mortifero frastuono del conflitto militare.

Non a caso Zeina Hashem Beck, la poetessa libanese, gli ha dedicato versi intensi e dolorosi: «Suonaci una musica che parli di briciole di pane, uomo triste, suonaci una nota per il sonno, un’altra per gli uccellini degli alberi mangiati dai bambini per fame… Qui non ci sono sale da concerti, solo dita intirizzite, cani scheletrici. Perciò inventa un’allegra canzone araba, affinché possiamo morire, come gli uccellini che abbiamo mangiato, cantando, cantando».


I video che lo ritraggono, sui cumuli di macerie, già nel 2015 fanno il giro del mondo e tutti imparano a conoscerne la storia. Ma il giorno del suo compleanno, nella primavera 2015, i miliziani dell’ISIS lo cercano e bruciano il suo pianoforte, in quanto non haram (perché la musica occidentale è considerata peccato mortale), e nel farlo uccidono uno dei bambini che cantano intorno a lui. Quel giorno Aeham decide di lasciare il proprio paese e fuggire verso l’Europa attraverso la rotta balcanica, insieme a migliaia di altri migranti.

«Il pianoforte era mio amico, fu come se loro avessero ucciso un mio amico».

Arrivato a quel punto di non ritorno, sente che è giunta l’ora di partire e percorre le migliaia di chilometri che separano Damasco da Berlino a piedi, su imbarcazioni di fortuna, autobus devastati, solo con uno zaino in spalla e la miseria a tracolla. Attraversa Turchia, Grecia, Serbia, Croazia e Austria fino all’arrivo in Germania (settembre 2015) dove acquisisce lo status di rifugiato politico.

In Germania trova rifugio in un vecchio motel abbandonato, dove c’è… Indovinate cosa? Un pianoforte. Lì ricomincia a fare ciò che faceva a Yarmouk, suona e canta per i bambini traumatizzati dall’esilio. Inizia a fare concerti, è il primo artista a ricevere il Premio Beethoven (2015) per l’impegno in favore dei diritti umani. Nell’agosto 2016 esce Music for Hope, il suo primo album composto da 18 tracce che raccontano il dramma della guerra in Siria attraverso una musica classica, dallo stile pienamente occidentale, armonicamente congiunta con i versi e la melodia del canto arabo. Un incontro sorprendente che si traduce in un universo musicale inedito e affascinante.
Come racconta Aeham: «Music for Hope è dedicato al mio popolo, che vuole vivere libero ma non ha alcuna voce».
Incontra Angela Merkel, Martha Argerich. I media internazionali fanno a gara per intervistarlo.
Attualmente sta lavorando al secondo album e alla sua autobiografia, entrambi in uscita nei prossimi mesi.

Questa è la storia di Aeham Ahmad che, il 6 gennaio, torna in Italia dopo lo straordinario debutto, a novembre 2015, per il Barezzi Festival.
Ormai noto in tutto il mondo come il leggendario pianista di Yarmouk, ha inaugurato la sua prima tournée italiana il 6 gennaio a Locorotondo (Bari) – Locus Winter, per proseguire oggi, 7 gennaio, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 22 gennaio Mestre (Ve) – Centro culturale Candiani, il 27 a Taranto – Auditorium TaTà, il 2 febbraio a Firenze – Sala Vanni e il 4 febbraio ad Aosta – Teatro Splendor.
Non perdete l’occasione di ascoltare la malinconia dell’esilio di questo artista che concepisce la musica come un’arma per costruire la speranza di un mondo diverso.

Esile e flessibile come una canna di bambù, sul palco ondeggia e danza abbracciato al pianoforte. Le dita lunghe e sottili, a tratti incerte se premere i tasti o lasciarli muti. Al termine di una talentuosa corsa con gli 88 amici, la mano sinistra, aperta e arrabbiata, colpisce la cassa simulando lo scoppio di una bomba. Lo sgabello sotto di lui sembra rovente, non ci sta sopra rilassato, lo sfiora appena. Come Ganesh, raffigurato seduto ma con una gamba sollevata da terra e ripiegata sull’altra (nella posizione della Lalitasana), anche lui è seduto ma non abbandonato, pronto ad alzarsi e a lasciare il palcoscenico in qualunque momento. Forse pensa ancora di essere in un sogno, a volte è difficile abituarsi alla felicità di un desiderio realizzato.
E, prima di ogni canzone, ripete a noi e a se stesso: «I’m not a singer, I’am not a player… Let’s see!»

La moglie di Aeham Ahmad, in videochiamata, ammira il marito mentre suona. Lei è ancora in Siria, insieme ai loro figli. Credit Ilvy Njiokiktjien per The New York Times.

La moglie di Aeham, in videochiamata, ammira il marito mentre suona. Lei è ancora in Siria, insieme ai loro figli. Photo credit: Ilvy Njiokiktjien per The New York Times.

«Un pomeriggio ero con il mio insegnante di musica, a Damasco. Suonavamo e bevevamo çay. Mi chiese di raccontargli un mio sogno, gli risposi che un giorno mi sarebbe piaciuto tenere un concerto a Roma. Lui mi rispose che la vita cambia, che anche la mia vita poteva cambiare e che, se un giorno fossi andato a Roma, gli avrei dovuto mandare una foto. Ieri ho chiamato il mio insegnante e gli ho detto che oggi avrei suonato all’Auditorium, a Roma. Mi ha detto che è orgoglioso di me, mi ha chiesto se mi ricordavo di quel pomeriggio lontano e di mandargli una foto.
Mi mancano il mio insegnante, la mia famiglia, i miei amici: loro sono ancora lì, in pericolo di vita. Non hanno acqua, cibo né elettricità. Ma la vita cambia, come la mia anche la loro vita può cambiare: oggi, voglio dire a loro che c’è speranza. Anche nel nostro paese può tornare la pace e un futuro migliore».

Sì, questa è la storia di Aeham ma è anche la storia di tanti esseri umani in fuga dalla guerra, costretti a lasciare la propria casa e la famiglia alla ricerca non di un futuro migliore ma di un futuro e basta. Aeham, per fortuna, quel futuro lo ha trovato. E lo ha trovato in Europa, la culla di quella musica classica che aveva scoperto da bambino a Damasco e che, come in ogni lieto fine che si rispetti, gli ha salvato la vita.

 

Cover: Ahmad Aeham, Mirroring Face © Nassauischer Kunstverein Wiesbaden

Miriam Bendìa

Miriam Bendìa

Tra un viaggio e l’altro, vive a Roma.
Ha scritto un pugno di libri.
Come Philippe Daverio, sostiene che la vita con l'arte talvolta migliora l'arte della vita.
Sogna molto, la notte. E ha imparato, al risveglio, a fidarsi delle proprie visioni oniriche.
Da grande – dice – sogna di fare la scrittrice.
Miriam Bendìa

Comments are closed.