Ennio Morricone

ENNIO MORRICONE.
La Musica Assoluta

Durante la serata intitolata Maestri di Maestri, che il 53° Festival di Nuova Consonanza gli ha dedicato al Macro di Roma, Ennio Morricone ci racconta la sua «Musica Assoluta» quella che ha appreso da Goffredo Petrassi, uno dei grandi compositori contemporanei.

Morricone si commuove, profondamente, ricordando il maestro: «Mio padre suonava la tromba. Fu lui a insegnarmi la chiave di violino e a trasmettermi la passione per quello strumento. Mi iscrissi al conservatorio di Santa Cecilia, a Roma. Feci un corso di armonia complementare e poi andai a studiare composizione. Seguivo le lezioni di Antonio Ferdinandi e, in seguito, quelle di Goffredo Petrassi. Fu una fortuna averlo incontrato. Era un artista fantastico. Incuteva una certa soggezione.
In noi c’era un amore sconfinato per la scrittura, per la ricerca. Quest’amore era spirituale perché bisognava trovare qualcosa, non si poteva scrivere una cosa inutile. Non ci si poteva mettere davanti alla carta bianca e non sapere cosa fare.

Di fronte allo spartito vuoto, qualche volta si sta fermi e poi qualche altra volta si comincia a scrivere e si cancella e si butta via. Il problema è la carta che si deve adoperare per farla diventare qualcosa che sarà letto, eseguito. E’ un problema, anche una responsabilità. Questa è stata la mia strana professione: ho scritto musica per il cinema (per pagare le bollette) e Musica Assoluta, così è cominciato. Io ho avuto la sofferenza di tradire un po’ la Musica Assoluta, quella che mi aveva insegnato il mio maestro. E fu un dolore vero, perché un giorno lo incontrai a via Frattina, mentre lui andava a spasso e io andavo non so dove, e lui mi disse: “Sono certo che ritroverai il tempo perduto”. Fu bellissimo. E un po’ di tempo l’ho recuperato poiché per fare un film ci mettevo un mese o anche due settimane, per scrivere, qualche volta una settimana… Ma per la Musica Assoluta impiegavo molto più tempo, anche sei mesi a opera. In quei momenti ero disoccupato, non facevo musica per il cinema, non mi pagavano, ma ero contento di essere disoccupato».

Oltre alle bellissime musiche da film, Morricone, nella sua prolifica vita da compositore, ha scritto più di cento lavori: «Ho provato a recuperare quel “tempo perduto” di cui mi accusò Petrassi».

«Io ho la sicura consapevolezza che la musica del cinema rappresenti qualcosa di molto importante. Oggi, la musica brutta che si fa nel cinema è molto importante, la musica bella che si fa nel cinema è molto importante. Ma perché lo è? In quanto il cinema racchiude in sé tutti i movimenti artistici e creativi. In una specie di ideale Wagneriano.
Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) è un termine che fu usato per la prima volta nel 1827 dallo scrittore e filosofo tedesco K. F. E. Trahndorff e poi utilizzato, a partire dal 1849, anche da Richard Wagner, che lo inserì all’interno del suo saggio Arte e rivoluzione (Die Kunst und die Revolution). Wagner cita come massima espressione della Gesamtkunstwerk l’arte teatrale dell’antica Grecia. Il termine indicava l’ideale di teatro in cui convergono musica, drammaturgia, coreutica, poesia, arti figurative, al fine di realizzare una perfetta sintesi delle diverse arti.
Wagner voleva nel teatro l’espressione di tutte le arti.
Allo stesso modo il cinema, secondo me, rappresenta tutte le arti: la scenografia, la pittura, il movimento che il regista vuole chiedere ai suoi attori e via dicendo… La musica nel cinema può essere brutta, bellissima, straordinaria, ma è importante quanto tutte le arti che rappresenta».

Ennio Morricone

Che cos’è la musica per lei?

«La musica è intangibile, non ha sembianze, è come un sogno: esiste solo se viene eseguita, prende corpo nella mente di chi ascolta. Non è come la poesia, che non necessita di interpretazione perché le parole hanno un loro significato. La musica può essere interpretata in vario modo. Una composizione per una scena di guerra può essere intesa anche come brano che accompagna una danza frenetica.
Quando scrivo nessuno mi può aiutare, perché chi scrive ha qualcosa di personale da dire.
La musica esige che prima si guardi dentro se stessi, poi che si esprima quanto elaborato nella partitura e nell’esecuzione.
La musica mi ha salvato da fame e guerra».

Stasera, eseguirà anche i Tre scioperi (n. 3) (1975-88), composizione per tre cori femminili a tre voci a cappella e testi di Pier Paolo Pasolini. Ci racconta come nasce quest’opera così originale?

«Scusi, dissi a Pasolini, qua fanno sciopero tutti, tutti. E i bambini non possono fare sciopero? Perché non mi scrive dei testi che io possa musicare con questo intento. E lui, tre giorni dopo, mi mandò a casa tre sonetti. Cominciai subito a scrivere il primo sciopero: era la rivoluzione di questi ragazzini, la rivolta drammatica, e quindi scrissi un pezzo pieno di dissonanze, contrapposizioni. Poi scrissi il secondo pezzo che era un insulto. Non adoperai tutto il sonetto ma soltanto gli insulti che erano dentro la poesia. Le offese dei ragazzini ai loro insegnanti. A quel punto, mi dissi, ho scritto questi due pezzi ma i bambini non potranno mai eseguirli, sono troppo complicati… Quei due pezzi rimasero così, incompiuti, per dodici anni finché mi ricordai del terzo sonetto. In esso i ragazzini erano quasi umiliati, era una musica più facile da eseguire. Così dopo dodici anni ho deciso di finire quel lavoro, ho scritto un pezzo molto semplice ma potevo pensarci anche prima, per la verità… Comunque, dopo dodici anni, ho finito. E stasera facciamo questo perché è il più semplice. Anche se le cose più semplici sono quelle più difficili da far eseguire bene».

Maestro, forse lei scrive così bene la Musica Assoluta anche perché scrive altrettanto bene la musica per il cinema. Forse i due vasi sono comunicanti. Quindi non è una perdita di tempo quando scrive musica contemporanea…

«Nelle mie opere, non mi piace che la voce pronunci delle parole, è più bella l’astrazione di una voce splendida. Bisogna valutare attentamente cosa cantare perché c’è il bello che non serve, in quella occasione, ma quella stessa voce può servire in un’altra occasione. Credo che le voci debbano essere importanti in ogni caso.
La voce umana è lo strumento più straordinario. Anche per i suoni inusuali che può produrre, diversi da tutti gli altri suoni. Mi piacerebbe scrivere un pezzo per delle voci che non emettano i soliti suoni, ma suoni molto particolari. Non posso farvene l’imitazione altrimenti vi mettereste a ridere tutti…

Ennio Morricone

Un’estate, insieme a otto amici frequentavo gli Internationale Ferienkurse für Neue Musik, Darmstadt, letteralmente Corsi estivi di composizione per la Nuova Musica di Darmstadt. Meglio noti in italiano semplicemente come corsi estivi di Darmstadt. Una serie di lezioni che si svolgevano presso l’Istituto Internazionale per la Musica nella città tedesca di Darmstadt, rivolti a compositori ed esecutori di musica contemporanea.
Un giorno, mentre passeggiavamo nel bosco vicino la città, assegnai a ognuno un suono, li diressi e vennero fuori cose pazzesche e versacci. Gli uccelli si alzarono in volo, spaventati dalle dissonanze, da quegli strani “rumori musicali”. Era impossibile pensare che quella potesse essere una musica accettabile come, del resto, ci era sembrato la sera prima John Cage durante il festival a cui partecipavamo. Però da questo scherzo, nel bosco di Darmstadt, Franco Evangelisti ha capito una cosa molto importante: che potevamo osare e fare, noi compositori, musica senza scriverla».

Fu Franco Evangelisti a fondare l’Associazione Nuova Consonanza e l’omonimo Gruppo (Ginc) che permise di mettere in pratica le prime teorie italiane sull’improvvisazione. Morricone entrò nell’ensemble nel 1966, anno del primo album del Ginc. Suonava la tromba: «Era una cosa molto seria, mettevamo tanto amore e impegno nella ricerca. Facevamo mesi di improvvisazione, poi ci registravamo e ogni sera sentivamo il nostro lavoro per migliorarlo, sperimentando nuove strade. Ci facevamo delle critiche durissime».

Quello che facevate era molto innovativo e molto avanti rispetto all’epoca (1970): lo scopo era dare una linea tutta nuova e molto coraggiosa nel campo della musica Beat.

«Nuova Consonanza nacque a Roma nel 1959 per merito di un piccolo gruppo di musicisti della più varia provenienza, convinti che occorresse scendere nel cuore della vita musicale romana ufficiale per far sentire una voce di dissenso e proporre nuove iniziative. Le associazioni concertistiche ufficiali, in quegli anni, certo non favorivano la conoscenza e la diffusione della musica contemporanea se non in modo del tutto sporadico e casuale, ed è evidente che vi fosse la precisa volontà e la consapevolezza che soltanto muovendosi in prima persona, gestendo direttamente una sia pur ridotta attività concertistica, in alternativa a quella esistente, potesse emergere la nuova musica, insieme a più aperte formule organizzative, nel panorama culturale romano del dopoguerra».

Nonostante componesse Musica Assoluta, il Ginc fu chiamato dal regista Elio Petri per curare la colonna sonora di un film: Un tranquillo posto di campagna, con Franco Nero e Vanessa Redgrave. Fu «improvvisazione pura», un esperimento unico che ha fatto la storia del cinema. La Musica Assoluta era diventata anche musica per film.

Nella sua autobiografia, dal titolo Inseguendo quel suono, Morricone scrive: «Questa lunga esplorazione, questa lunga riflessione, a questo punto della mia vita è stata importante e persino necessaria. Entrare in contatto con i ricordi non significa solamente malinconia di qualcosa che sfugge via come il tempo, ma anche guardare avanti, capire che ci sono ancora, e chissà quanto ancora può succedere

Miriam Bendìa

Miriam Bendìa

Tra un viaggio e l’altro, vive a Roma.
Ha scritto un pugno di libri.
Come Philippe Daverio, sostiene che la vita con l'arte talvolta migliora l'arte della vita.
Sogna molto, la notte. E ha imparato, al risveglio, a fidarsi delle proprie visioni oniriche.
Da grande – dice – sogna di fare la scrittrice.
Miriam Bendìa

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