Alvin Curran, Roma (Marzo 2012), foto di Angela Caitlin

ROMAEUROPA FESTIVAL.
The Alvin Curran Fakebook

Il concerto è lungo, quasi cinque ore, ma si tratta di raccontare la propria vita musicale. Endangered Species ossia The Alvin Curran Fakebook è la performance autobiografica che Alvin Curran allestirà oggi, alle 17:00, a Villa Medici per il Romaeuropa Festival. Una lunga esibizione sonora aperta, con il musicista americano unico protagonista a suonare il pianoforte, le tastiere elettroniche con migliaia di suoni campionati, qualche conchiglia e pure un corno d’antilope africana.
«Una struttura immaginata a grandi linee c’è – dice – ma potrei non seguirla. Sarà un concerto modulare improvvisato con i pezzi intercambiabili, una composizione che si crea nel momento in cui si eseguono i brani». Impossibile dunque capirci qualcosa prima di vedere Curran all’opera, salvo per chi conosce il lavoro del compositore americano, classe 1938, da ben cinquantadue anni però residente a Roma, tra i maggiori esponenti dell’avanguardia mondiale. Tra i fondatori del mitico gruppo MEV (Musica Elettronica Viva) che proprio nella Capitale ha mosso i primi passi e che, in questi giorni, è in tour per festeggiare 50 anni di attività.

Alvin Curran, Ferrara 2002, foto di Claudio Casanova

Alvin Curran, Ferrara 2002, foto di Claudio Casanova.

Maestro, il concerto sarà nel solco della sua attività di sperimentatore di suoni e di gesti…
«Sì, sarà un’occasione per raccontare spontaneamente la mia storia musicale, sessanta anni di esperienze sonore. Farò un confronto continuo tra musica popolare (ho esperienza come pianista jazz e ho composto canzoni per musical) e impopolare».

Cosa intende per musica impopolare?
«Tutta quella dell’avanguardia. Le avanguardie artistiche non sono mai state popolari, anzi hanno sempre voluto il confronto diretto con l’istituzione, andando contro la media borghesia e la politica, e questa lotta continua ancora. Per esempio adesso ci stiamo preparando per un nuovo combattimento frontale: gli Usa hanno eletto un quasi nazifascista che va rimosso appena possibile. Legalmente, è ovvio. La nostra operazione mantiene sveglio il pubblico. Le musiche “perfette”, quelle commerciali, fanno divertire, intrattengono, ma non scuotono le coscienze. La musica impopolare va fatta perché una parte della società vuole che ci sia un ambito creativo, libero e sperimentale che proponga qualunque cosa sia immaginabile. Non importano fama, soldi, gloria; importa la libertà di espressione».

Alvin Curran al D-22, Beijing (Settembre 2006), foto di Susan Levenstein

Alvin Curran al D-22, Beijing (Settembre 2006), foto di Susan Levenstein.

La sua ricerca è quindi nella libertà, non nella novità.
«Da Beethoven a Stockhausen, i grandi compositori non hanno voluto creare cose nuove, ma espandere il vocabolario del linguaggio occidentale della musica. E i risultati si trovano nella musica pop attuale; lo sperimentalismo di ieri diventa la norma di oggi. L’idea di creare un evento musicale in cui il pubblico si sente completamente a suo agio anche sdraiato per terra o che possa entrare e uscire quando vuole nelle cinque ore, non è una novità ma è segno di libertà ed espelle i concetti del tempo e della durata».

Lei ha raccolto e catalogato nel tempo oltre duemila suoni del mondo, soprattutto in Italia.
«Andavo in giro con un registratore a nastro documentando tutto ciò che passava, in particolare i suoni della strada, le voci dei mercati dove i venditori componevano una sinfonia meravigliosa di richiami; dalle finestre aperte si sentiva la gente cantare poi le rondini, le cicale… Per me, da straniero principiante, era esotico e affascinante. La vita italiana è una vita con la finestra aperta, l’italiano vive con una notevole energia acustica».

E Roma?
Il soundscape di Roma lo conosco a memoria. È una città straordinaria di cui ho fatto persino un ritratto sonoro per una radio tedesca: “Cartoline romane”. Però la vita musicale a Roma si è impoverita tantissimo. Sono spariti i gruppi di ricerca, gli ensemble di improvvisazione, il jazz è ridotto al minimo. È un notevole fallimento da parte delle istituzioni che hanno cancellato, non supportandolo, un settore glorioso della produzione musicale mondiale. Negli anni ‘60 e ‘70 si era investito molto nella musica e sul contemporaneo per attirare i giovani. Forse solo Romaeuropa Festival ha mantenuto il coraggio e l’esperienza guadagnata in anni e anni di attività».

Cover: Alvin Curran, Roma (Marzo 2012), foto di Angela Caitlin

Federico Capitoni

Federico Capitoni

Federico Capitoni è critico musicale del quotidiano “la Repubblica”. Scrive, tra gli altri, per il “Sole 24 Ore” e per le maggiori testate musicali italiane. Ha inoltre ideato e condotto programmi radiofonici per diverse emittenti, tra cui “Radio Rai”. Insegna, a contratto, “Storia della musica” in vari atenei, accademie e conservatori. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Guida ai musicisti che rompono. Da Beethoven a Lady Gaga” (Torino 2011), “La verità che si sente. La musica come strumento di conoscenza” (Trieste 2013).
Federico Capitoni

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