SYLPHIDARIUM.
Chopin tra il silenzio degli alluci e il peso dei talloni

Dopo il tutto esaurito e la standing ovation di Torino e Roma, inizia il conto alla rovescia per il debutto di Sylphidarium – Maria Taglioni on the ground a Bologna (oggi, all’Arena del Sole).
Tre atti, uno completamente nudo ed estremamente sensuale. Novanta minuti di meraviglia, odori, suoni, sorprese, divertimento, vibrazioni emotive, variazioni di temperatura e pressione corporea per un’autopsia del balletto romantico, condotta con sapienza millimetrica da un corpo danzante che non vola ma evapora.
Come pesci in un acquario, osserviamo ipnotizzati le silfidi e i silfi del ColletivO CineticO innescare un litigio tra elemento aereo e terreno, naturale e soprannaturale, materia e trasparenza.
Francesca Pennini ci svela parte di questa magica alchimia…

Francesca Pennini (a sinistra) e Carolina Fanti durante Sylphidarium

Francesca Pennini (a sinistra) e Carolina Fanti durante Sylphidarium, courtesy Teatro Vascello di Roma, photo credits Giuseppe Distefano.

Chi è o cos’è la Sìlfide nella danza?

La Sìlfide è il titolo di un’opera famosissima e rivoluzionaria (in cui Maria Taglioni ha dato origine al balletto romantico come noi lo conosciamo) ed è anche il personaggio protagonista del nostro spettacolo.
La silfide incarna al cento per cento lo stereotipo e l’ideale della ballerina: è una creatura fantastica, soprannaturale, leggerissima, legata al mondo dell’aria e dello spirito. Nasce nella letteratura, da Paracelso, e nella sua versione per il balletto invece da un noto romanzo di Charles Nodier, Trilby ou Le Lutin d’Argail.
Noi l’abbiamo giocata su due fronti: da un lato il personaggio del balletto (e quindi la silfide come genio dell’aria) e dall’altro la silfide come insetto perché è anche una specie di coleottero (sempre legato all’aria ma con tutt’altro immaginario).

Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro Sylphidarium?

Non una versione così riconoscibile del balletto classico ma più una riflessione su dei principi che lo accompagnano. Chi conosce l’opera classica de La Sylphide di Maria Taglioni riuscirà a trovare dei collegamenti con l’originale, però il nostro è un lavoro completamento autonomo. Ha degli indizi del suo celebre antenato ma chi si aspetta di assistere a La Sylphide non sarà esaudito.

…E cos’altro non dobbiamo assolutamente aspettarci?

Sicuramente non vi annoieremo! Il nostro è un lavoro (anche in base ai feedback ricevuti) che lascia un po’ sconcertati per il quantitativo di immagini e informazioni. E’ veramente articolato, sia nel tempo che negli strati, sia nell’azione che nella musica. Una quantità di complessità e di elementi!

Come è avvenuto l’incontro artistico con il musicista Francesco Antonioni?

Merito di Nicola Campogrande, direttore artistico del Festival Mito, il quale in virtù della coproduzione con Torino Danza ha pensato che potesse essere una buona commistione. Noi avevamo già pensato a delle possibili collaborazioni, non conoscevamo Francesco ma quando ci siamo incontrati ed esplorati a vicenda, nel mondo artistico di riferimento, ci siamo piaciuti subito e tanto. Per me, è stato sorprendentemente positivo: abbiamo lavorato molto bene e in modo stimolante per entrambi, ci siamo accompagnati in zone che non avremmo mai calpestato da soli, rimbalzando costantemente gli stimoli tra musica e coreografia. E’ stato veramente un continuo dialogo e una contaminazione reciproca.

Cosa ami di più nella musica composta da Francesco per Sylphidarium?

Per me una delle cose più belle è la sua ricchezza, sia da un punto di vista estetico che proprio di riferimenti. Francesco spazia tantissimo tra i generi, mantenendo però sempre una forte coerenza a livello tematico e concettuale del lavoro. E’ la corrispondente declinazione musicale dei pensieri che sull’altro lato dello specchio sono stati poi raccontanti coreograficamente. E’ estremamente complessa, proprio tecnicamente, come esecuzione da un punto di vista ritmico, ma (cosa che secondo me è una bellissima sfida) non perde la godibilità: mantiene un incredibile impatto di energia e di piacere all’ascolto pur essendo una musica non facile.

Il palco è ricoperto da un tappeto bianco che sale e fa anche da fondale: un lato è occupato da una lunga fila di appendiabiti, l’altro da un percussionista (Flavio Tanzi), da una consolle di musica elettronica comandata dall’autore della partitura (Francesco Antonioni) e da una violinista (Marlène Prodigo). Interessante la scelta degli strumenti…

Li abbiamo scelti proprio per la relazione che hanno con l’elemento terreno e quello aereo. Tutta la riflessione sulla silfide si gioca su questo aspetto del farsi leggeri, non a caso è il primo balletto in cui è stata usata la scarpetta da punta proprio per la tensione verso l’alto, verso l’aria… E noi abbiamo voluto portare a far gravitare invece sul suolo questa tensione, quindi abbiamo scelto due strumenti che fossero opposti: uno, le percussioni, estremamente terrene e legate all’impatto al contatto e l’altro molto più impalpabile, assai più alto anche come registro, simbolo di ascesa verso il cielo, verso l’elemento più spirituale, che è il violino. Desideravamo proprio questi due estremi della verticalità, anche sonora. Il tutto viene infine arricchito ed elaborato con la musica elettronica che Francesco gestisce dal vivo, presente sul palco.

Cos’è il ColletivO CineticO?

Questa è una domanda un po’ difficile! L’essere mobile e mutevole è, paradossalmente, la caratteristica più costante del CollettivO CineticO, nel senso che è in continuo spostamento sia nella struttura della compagnia sia nei campi d’indagine. A parte la mia presenza costante come fondatrice (dal 2007 ne firmo i progetti), però tutta la squadra è in continua mobilità, non d’interscambio ma in accumulo. Siamo tecnicamente tantissimi e molto diversi quindi forse la diversificazione e l’eterogeneità sono altre due caratteristiche fondamentali. Sostanzialmente ci occupiamo del movimento però al di fuori di quella che può essere riconoscibile come danza al cento per cento. E questo ci tradisce sempre un po’! Anche questa silfide è stata fatta volutamente con dei performer che non vengono da un percorso tradizionale: molti sono sportivi ma lavorano con la danza, in questo caso un po’ da estranei, e mi piaceva questo distacco.

Ci presenti l’azione e creazione dello spettacolo? Un aggettivo per ognuno dei tuoi compagni d’avventura…

Simone Arganini, bionico: per me la sua caratteristica principale è quella di essere un’inarrestabile macchina da guerra. Margherita Elliot, raffinata per il suo tangibile aplomb di sangue semi anglosassone. Carolina Fanti, istintiva. Carmine Parise, solido per l’estrema determinazione e affidabilità, proprio a livello anche di consistenza interiore. Angelo Pedroni, irrazionale per la sua capacità e il suo modo astratto d’interpretare le cose. Stefano Sardi, l’entusiasta: in lui la cosa più dirompente è la sua carica d’entusiasmo. Vilma Trevisan, coraggiosa.

Francesca Pennini in Sylphidarium, courtesy Teatro Spazio Electa di Teramo, photo credits Christian Di Egidio.

Francesca Pennini in Sylphidarium, courtesy Teatro Spazio Electa di Teramo, photo credits Christian Di Egidio.

Un bilancio dei primi capitoli di questa avventura?

Teatro pieno + standing ovation + autografi.
Siamo un po’ sotto shock.
L’improbabile bestiario di silfidi, ballerine e altri ungulati ha preso il volo…
Sono stati i mesi più difficili e faticosi di sempre. Questo Sylphidarium mi ha chiesto un pezzettino di tutto.
Di cuore, di corpo, di nervi, di cervello, di oggetti, di ricordi e di vita.
Mi sono lasciata sbranare e mordere con lo stesso gusto che mi dà il bruciore degli ennesimi grand battements a 160 bpm, all’ottantesimo minuto, quando arrivano quelli con la sinistra e stai morendo ma sostanzialmente ne vuoi di più. Ne hai proprio voglia di quella morte lì. È quella spesa incondizionata della carne e dell’anima che mi ha chiesto, che gli ho dato. Che gli abbiamo dato tutti.
Quella voglia di fatica con cui le silfidi si suicidano. Quel passaggio di stato che le fa evaporare nel sudore e tornare aria.
E nei contenuti del lavoro era già scritto quello che ci sarebbe successo nel percorso…
Grazie ai miei sudatissimi compagni di avventura lucenti, a quelli nuovi e a quelli che erano bambini e ora hanno un esoscheletro indistruttibile, agli incontri magici, che sanno di inizio.
È stato tutto maledettamente importante.

Miriam Bendìa

Miriam Bendìa

Tra un viaggio e l’altro, vive a Roma.
Ha scritto un pugno di libri.
Come Philippe Daverio, sostiene che la vita con l'arte talvolta migliora l'arte della vita.
Sogna molto, la notte. E ha imparato, al risveglio, a fidarsi delle proprie visioni oniriche.
Da grande – dice – sogna di fare la scrittrice.
Miriam Bendìa

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