PAROLE AL VENTO.
Senza “fico”

Cosa diciamo quando ci capita, e ci capita, non neghiamolo, di dire “fico!”? Al netto del frutto, ovviamente, la Treccani segnala da questa parola un’assenza: fico viene dal secondo lessema di parole come munifico, benefico, ecc. Se lo usiamo da solo, diciamo semplicemente che l’esperienza alla quale ci riferiamo, porta qualcosa, senza specificare cosa.
Un’esperienza degna di questo nome non può che essere conflittuale, traumatica: per definizione si tratta di un punto nel tempo che costringe il soggetto a rivedere il proprio sistema di valori, le proprie opinioni sul mondo, che ne ristruttura le stesse forme cognitive. Altrimenti si rimane nel flusso effimero consueto.

Credo che lo argomenti in modo narrativamente definitivo Saul Bellow in Il re della pioggia, di cui un caro amico mi fece dono per un mio compleanno di molti anni fa. La sua dedica suonava, più o meno: “A Enrico che già lo sa che la verità arriva coi colpi”. Quindi, attenzione attenzione, è di verità che stiamo parlando. Tralasciamo per ragioni di spazio l’annosa questione relativa alla Critica del Giudizio di Kant, che sembrerebbe escludere l’esperienza di verità dall’esperienza estetica, proprio nel momento – però – in cui aggiunge modelli regolativi all’intero nostro sistema di conoscenza.

Sembra proprio che “fico” si riferisca a esperienze di tipo estetico, ribadendone l’assenza di contenuto. Così ci ritroviamo al cospetto di una delle parole chiave della contemporaneità: è fico ciò che piace senza possibilità di analisi ulteriore, essendo la parola – anche a livello etimologico – già frutto di una analisi. Per questo diventa l’unica espressione utile per ciò in cui viviamo immersi: l’istigazione ad aderire senza sapere a che cosa stiamo aderendo, motivo fondamentale di ogni campagna di marketing. Rispetto a Kant, l’ideologia imperante e contemporanea del marketing è piuttosto chiara e recisa, tanto da non suscitare dibattito: “fico” ci trae d’impaccio quando siamo chiamati a spiegarci su cosa pensiamo, immersi nel flusso immutabile di notizie, merci, like, che forse stanno diventando la stessa cosa. In realtà non pensiamo nulla, siamo semplicemente ricaduti nella minorità deresponsabilizzata in cui siamo perfetti consumatori. Con buona pace della Ragione e dell’Illuminismo.

Enrico Settimi

Enrico Settimi

45 anni, è nato ad Ancona e vive tra Roma e Torino, è sposato e ha due figli. È laureato in filosofia, anche se non ha ancora ben chiaro su cosa ha fatto la tesi. Sa scrivere e raccontare storie (in vari sensi) ed è grazie a queste qualità che si guadagna da vivere. Di mestiere fa il copywriter.
È coautore della sceneggiatura del film “Acqua di Marzo” di Ciro de Caro (è stato presentato con discutibile fortuna alla sagra del cinema di Roma). Ha collaborato come autore e regista al documentario “L’Italia dei Longobardi”, prodotto da Archeoframe, il laboratorio di comunicazione dei beni archeologici della IULM di Milano.
Ha scritto il testo per l’istallazione su Costantino in occasione dei 1700 anni dall’editto di Milano.
Tra i suoi documentari (per Fox, Istituto Luce, Rai, Mediaset), “La lambretta – ascesa e caduta di un miracolo italiano” “Seveso la tragedia del silenzio” prodotto da Wilder per Rai. È stato consulente Fox per la localizzazione in Italia di prodotti documentaristici americani presso History Channel.
Per Studio Universal ha ideato e realizzato numerosi prodotti televisivi, tra cui la produzione “Hollywood al D-Day” featuring “Il D-Day di John Ford”. In precedenza, tra le altre attività si è occupato delle ricerche per la realizzazione dell’archivio storico audiovisivo della sede RAI di Gerusalemme. E’ stato cronista per Radio Città Futura, Radio Popolare, autore di documentari storici radiofonici (“Cile 1998, l’oblio della democrazia”).
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