DOISNEAU.
Fotografo del quotidiano

“Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere”, affermò Doisneau in una delle sue più celebri dichiarazioni.

Le immagini esposte in mostra dal oggi al 3 luglio presso il Palazzo Comunale di Monza vanno dal 1929, data della sua prima fotografia scattata a diciassette anni, fino al 1973, documentando una evoluzione del suo sguardo di reporter del quotidiano. Dai soggetti colti in strada in atteggiamenti spontanei e romantici persino, come nel celeberrimo scatto Il bacio dell’Hotel de Ville – realizzato durante una campagna fotografica per la rivista Life – Doisneau passò a raccontare la vita nelle banlieues parigine, a lui tanto care, visto che era anche lui cresciuto in periferia, a Montrouge.

Doisneau • Autoritratto con Rolleiflex

Doisneau • Autoritratto con Rolleiflex

In seguito, dopo l’apprendistato presso la bottega dello scultore Vigneau, Doisneau intraprese la strada della fotografia, lavorando come fotografo industriale presso le officine Renault a Billancourt, incarico che perse poco dopo per via dei reiterati ritardi. Davanti a lui si apriva la carriera di fotografo indipendente, con tutte le difficoltà causate dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Tra documentazione della Resistenza, reportages su commissione e lavori indipendenti, Doisneau costruì la sua identità di fotografo versatile per necessità, ma attratto nel profondo dalla vita reale in ogni sua forma.

Le sue fotografie hanno conosciuto negli ultimi anni una fortuna critica in crescita esponenziale per la carica emotiva che trasmettono allo spettatore. La partecipazione di Doisneau alla vita che racconta è evidente: il suo sguardo si fa divertito, benevolo o appassionato a seconda dei soggetti e della situazione. La mostra di Monza può inoltre vantare la presenza di cinquanta fotografie stampate direttamente da Doisneau ed esposte per la prima volta in Italia. Per calarsi ancora di più nello spirito di riscoperta del “meraviglioso quotidiano” abbiamo intervistato Piero Pozzi, fotografo e docente presso il Politecnico di Milano e consulente scientifico della mostra.

Quando ha scoperto la fotografia di Doisneau e quanto l’ha influenzata?

Ho scoperto la fotografia di Robert Doisneau negli anni ’70. In particolare comprando il libro Tre istanti di eternità dove il fotografo raccontava come avesse deciso di intitolare una mostra partendo dall’idea che tutto il lavoro di una vita, espresso in tempi di posa delle singole fotografie, “un centesimo di secondo qua e un centesimo di secondo là messi uno in cima all’altro, in tutto non fa mai più di uno, due, tre, secondi strappati all’eternità”. Mi colpì, quindi, per la consapevolezza del proprio lavoro e il particolare senso dell’ ironia.

Ci racconta com’è nata l’idea di questa mostra e cosa avranno l’occasione di scoprire i visitatori?

L’idea della mostra nasce tecnicamente dalla conoscenza di Chiara Spinnato di ViDi, team che si occupa di eventi, progetti espositivi e culturali, e dalla successiva collaborazione con la storica casa Alinari di Firenze e con l’Atelier Doisneau. In fondo, però, la mostra nasce dalla passione per la fotografia e dal desiderio di creare eventi che permettano di condividere questo interesse che consente di leggere e raccontare la vita non senza poesia.

Doisneau • L'nformazione scolastica

Doisneau • L’nformazione scolastica

Cosa sarebbe la fotografia di Doisneau senza Parigi?

Secondo me non sarebbe immaginabile senza Parigi e le sue banlieues, luoghi amati e fotografati per tutta una vita. Verrebbe anche da chiedersi cosa sarebbe di Parigi nell’immaginario collettivo senza le fotografie di Doisneau, perché senza dubbio molte immagini celebri della città si devono proprio a lui, con il suo racconto della vita di tutti i giorni, normale e nello stesso tempo straordinaria.

Doisneau ripeteva che le foto che restano sono quelle “rubate”, gli scatti che immortalano la realtà con uno sguardo, per così dire, obliquo. E’ d’accordo?

Direi di no. Certo la capacità di cogliere la realtà cogliendone gli attimi più belli e interessanti è un grande dono e contribuisce a rendere le immagini importanti, ma le fotografie che restano sono quelle che raccontano, costruiscono relazioni significative tra soggetto e sfondo, tra una parte e l’altra di ciò che viene inquadrato, quando l’immagine diviene narrazione e Doisneau è stato un grande maestro nel costruire giochi di sguardi e teneri quadri con più livelli di lettura possibile. C’è, però, anche un altro aspetto di quel rubare che caratterizza le fotografie di Doisneau, che pochi conoscono, e cioè che molte immagini sono state scattate rubando il tempo ad altri lavori, lavori da svolgere per guadagnare ma meno amati, e quindi una sorta di fuga per realizzare immagini non commissionate ma fatte per passione e per il piacere di raccontare una Parigi e quelle periferie che rischiavano di cambiare e sparire nel tempo.

Doisneau • La diagonale dei gradini

Doisneau • La diagonale dei gradini

Parallelamente alla mostra si svolgeranno incontri alla scoperta della fotografia. Chi coinvolgeranno, e su quali temi saranno incentrati?

Saranno incontri aperti a tutti: appassionati, curiosi della fotografia ma anche a chi normalmente ama scattare qualche fotografia o anche solo guardare belle immagini.
I temi proposti andranno da approfondimenti legati alla storia della fotografia come: “Sguardi sulla Parigi del‘900: da J.H. Lartigue ad E. Atget, da Brassai a R. Capa, a W. Ronis”; o attenti al racconto del reportage umanistico con la nascita dell’Agenzia Magnum: H.C. Bresson, R. Doisneau, W. Ronis e D. Stock; o ancora temi come: La fotografia e la dimensione tempo. L’ istante illusione o rivelazione, o Tra quadrato e rettangolo, un formato, un racconto, e altri ancora con l’attenzione rivolta al rapporto tra la fotografia e le altre arti e l’evoluzione linguistica e di costume dettata dalle tecnologie digitali.

Chiara Ciolfi

Chiara Ciolfi

Se la curiosità è femmina allora io sono “femminissima” perché questa è sempre stata la molla che mi ha spinto a chiedere, studiare, parlare con persone diversissime tra loro e mettere il naso in tanti campi differenti. Dopo una laurea in Storia dell’Arte e un Master in Comunicazione non dà segni di diminuire e allora le collaborazioni editoriali si moltiplicano per poter raccontare l’arte, la cultura, il cinema, le persone e le idee. In attesa che le giornate si allunghino a 48 ore lavoro con associazioni culturali come guida e promuovo workshop e progetti per la didattica dei beni culturali, continuando allo stesso tempo a occuparmi di eventi. Se il premio è un bel concerto o un’anteprima cinematografica, come tirarsi indietro?
Chiara Ciolfi

Comments are closed.